Tre sorelle. Nevica. Che senso ha? È l’ultimo lavoro di Liv Ferracchiati, in scena a Roma al Teatro India dal 28 aprile al 3 maggio: terza riscrittura di un testo cechoviano dopo Platonov e Come tremano le cose riflesse nell’acqua, il regista presenta al pubblico l’ultimo attraversamento di una delle opere più famose del novecento, da sempre una costante all’interno dei cartelloni e delle stagioni teatrali. A colpire è il delicato intreccio che si crea tra la scrittura originale cechoviana – una delle più rischiose su cui operare un rimaneggiamento – e le parole di Ferracchiati. A colpire è il delicato intreccio che si crea tra la scrittura originale cechoviana – una delle più rischiose su cui operare un rimaneggiamento – e le parole di Ferracchiati. La voce è la stessa, il tono è nuovo: la radiolina del salotto atterra sulla riproduzione di Bizcochito di Rosalia, mentre Masha – la sorella minore – canticchia una strofa. Prendendo spunto dalla drammaturgia originale, “Intanto io vorrei ta-ra-ra bum diè stare sempre qui con te, ta-ra-ra bum diè”: il cuore che è rimasto è lo stesso.
Ecco quindi che la riscrittura si fa contaminazione, innesto, fecondazione del classico con il contemporaneo, un fare all’amore continuo che non tradisce ma amplia gli orizzonti di senso. Come ci raccontano le attrici e gli attori durante il talk con lo Young Board, parte del lavoro che vediamo in scena è frutto di improvvisazioni guidate, nate dalle premesse relazionali tra i personaggi che semplicemente sottolineano ed esaltano caratteristiche già presenti nel testo. Altro elemento predominante nella messa in scena è la ripetizione, la ciclicità con cui scene, personaggi e dinamiche ritornano e si ripropongono davanti allo spettatore, delineando scelte registiche che non hanno paura di allontanarsi dal naturalismo solitamente accostato a Cechov, ma che anzi fanno del simbolo un’arma contro la quotidianità cui non si riesce a sfuggire. “Voglio, voglio, voglio!”, “Ho sete, ho voglia di te (tè?)”, ogni volta che le sentiamo, le stesse parole assumono un significato diverso, toccando mondi e corde diverse, mascherando nella ripetizione dolori profondissimi.
Intanto l’orologio continua ad andare: ultimo ricordo rimasto della madre, il suo tempo. Quando quello si rompe, tutto si ferma con lei, come un grande lutto. Ecco che non ha senso che nevichi il cinque di maggio, ecco che le parole dei personaggi si impastano le une con le altre, in un’onda che parte da loro e arriva al pubblico, che ci porta tutte le loro vite. Le loro interazioni, invece, sono molto più disallineate: non si capiscono mai tra loro e serve il nostro sguardo a farli sentire capiti.
Come neve che non vuole lasciare le montagne, eccoci: stretti stretti ai sogni che amiamo. Forse fuori nevica per questo. Quanti fiocchi, guarda: quante sono le cose che vogliamo, quanto durano poco.
Sul finale, le tre sorelle, rimaste sole, si infilano un cappotto grigio: un intenso color betulla, grattato via dal tempo. La loro casa.
Anna Cipriani e Chiara Puchetti